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Oggi, 21 settembre, si celebra la ventinovesima edizione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, una patologia in crescita: solo in Italia, sono 1,2 milioni le persone affette da demenza, di cui 600.000 colpite proprio dall’Alzheimer. Inoltre, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione italiana, si stima che questo numero sia destinato a raddoppiare entro il 2030.

La prognosi media della malattia di Alzheimer è di 12 anni, solitamente in fase lieve nell’arco dei primi 3 anni, moderata nei successivi 4-5 anni e grave nella parte finale della sua evoluzione. Ma è difficile e variegato il trend clinico evolutivo dopo l’esordio, poiché dipende da vari fattori. Ogni storia clinica è a sé e anche le terapie devono essere calibrate sulla base delle esigenze della persona.

Il tema su cui è incentrata l’edizione di quest’anno è la lotta allo stigma che investe i pazienti e i loro familiari e la promozione di un più elevato livello di qualità della vita, per chi ne è affetto, ma anche per chi lo assiste.

Perché la malattia di Alzheimer non è solamente un problema che riguarda chi la vive in prima persona, ma anche dei cosiddetti caregiver, ossia dei parenti vicini al paziente, che spesso devono rinunciare alla propria vita privata pur di restare vicini al proprio caro.

In Italia sono 3 milioni le persone coinvolte nell’assistenza di un ammalato di Alzheimer e spesso vivono la cura in completa solitudine o nella costante paura di lasciare da solo il proprio parente.

Il nostro Paese, da marzo di quest’anno, ha finanziato per la prima volta i servizi sanitari rivolti alla cura della demenza, tramite il decreto sul Fondo per l’Alzheimer e le Demenze. Il Fondo stanzia 14 milioni e 100.000 euro per le Regioni e le pubbliche amministrazioni e 900.000 euro per l’Istituto Superiore di Sanità per l’esecuzione di una serie di attività progettuali orientate al perseguimento degli obiettivi del Piano Nazionale delle Demenze, considerato la più grande operazione di sanità pubblica su questo tema.

Ma anche nel privato esistono strutture che riescono a garantire dignità, sollievo e qualità della vita ai pazienti e ai loro familiari. Le residenze sanitarie assistenziali sono un presidio territoriale fondamentale di assistenza e cura, poiché garantiscono livelli elevati di prestazioni sanitarie, erogati da uno staff di medici, psicologi, terapisti della riabilitazione, assistenti sociali, educatori professionali, infermieri, operatori socio-sanitari che agiscono in sinergia per rallentare il decorso della malattia.

Le terapie funzionali, poi, sono costruite intorno al paziente, per permettere un mantenimento delle residue funzioni cognitive: si va dalla terapia basata sulla reminiscenza alla musicoterapia, dai laboratori di cucina alla pet therapy e tanto altro ancora.

La scienza medica ha fatto molti passi in avanti, ma è ancora prematuro stabilire l’efficacia nel tempo delle nuove terapie. Una delle più accreditate è sicuramente la stimolazione magnetica transcranica, mentre studi internazionali si stanno focalizzando sull’impianto di cellule staminali e sull’utilizzo degli anticorpi monoclonali.

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